Dall’inizio dell’anno, un periodo rocambolesco e un percorso ad ostacoli non ha impedito tuttavia gustose letture che mi hanno tenuto a galla. Parlando di narrativa sono diversi i libri capitatimi tra le mani, tra cui finalmente una delle numerose raccolte di racconti del premio Nobel canadese Alice Munro, di cui finora non avevo che letto qualche strapuntino online. Grazie all’amico Manuel che me l’ha prestato, ho potuto assaporare i racconti limpidi e profondi (proprio come un lago canadese) di “Troppa felicità” ed entrare in un mondo di normalità e semplicità, di solitudine e beatitudine nella sterminata apertura degli spazi nordamericani, in cui tuttavia si nascondono le insidie, le trappole che l’esistenza spesso ci tende. Sono storie che rappresentano l’infrangersi di un equilibrio, di una stabilità che fino ad allora non avevamo creduto fosse in bilico e che invece porta ad un rischio, una esplosione di questa bolla creatasi, appunto, per “troppa felicità”. Sono molte le ambientazioni di cui Munro scrive con una lingua pulita, piallata ma non distaccata, che anzi splende vigorosamente per politezza e sincera commozione, quasi fisica, per le vicende raccontate. Se ci fosse un libro giusto da cui cominciare a leggere uno scrittore, questo lo sarebbe sicuramente.

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