Da qualche anno ho una felpa che porta scritta una frase di cui sono assolutamente convinto: Dire NO non è peccato”. La suggestione mi era rimasta dal “I would prefer not to” di Bartelby, e mi risgorga in superficie stamattina, avendo la conferma del NO dei Greci ad accettare le condizioni capestro imposte dai creditori internazionali (“fratelli” europei in testa) per poter rimanere nell’UE e nell’unione monetaria.
Abbiamo diritto imprescindibilmente alla rivolta, come diceva Camus, a contrapporre una barriera ad un tumulto di prevaricazione e di ricatti che ci dice solo di tenere la testa sott’acqua e di tirarla fuori solo quando chi ci sovrasta ce lo concederà.
Da oggi sarà intrapresa una nuova strada, che spero verrà compresa e condivisa anche da quelle forze riformiste che finora hanno dimostrato soltanto paura e servilismo nei confronti dei padroni autentici dell’Europa unita (Germania e Francia in prima fila, con le spalle protette dalla retroguardia austera ed insensibile per genoma culturale-politico di Gran Bretagna e dei Paesi scandinavi ed orientali).
È giunto il momento di inoculare un cambiamento nelle menti dei cittadini, sopratutto in quelle di coloro che si sono allontanati dalla riflessione politica attiva, per far loro recuperare la consapevolezza di poter avere un peso specifico reale nei processi di cambiamento e rinnovamento, imboccando una direzione efficacemente contraria ai populismi di varia natura che finora ci hanno funestato che, o hanno pensato soltanto ad affermare e proteggere i propri interessi economici e di potere (berlusconiani), o a difendere la propria verginità politica senza esporsi a lottare (grillini), o a sfruttare e prevaricare le fasce deboli ed indifese pur di resistere nell’angusto cortile nazionale (leghisti e fascisti). Di nuovo è ora di dire no e gridarlo forte, fino alla vittoria.

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