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Oggi la nostra rubrica Poesia Domani vi racconta una bellissima notizia ed un importante riconoscimento per una poeta di rilievo nel panorama italiano contemporaneità. Questo mese infatti la nota e più letta in Italia rivista «Poesia» accoglie sulle sue pagine una silloge della fiorentina Eleonora Pinzuti, ormai riconosciuta da più parti e che ha ottenuto proprio in questo periodo riconoscimenti notevoli come, a luglio di quest’anno, il primo posto nel Premio Nazionale “Poesia di Strada”. Il riconoscimento arriva grazie all’attenzione di Maria Grazia Calandrone, poeta a sua volta e redattrice di punta del periodico letterario, che pubblica una serie di testi della Pinzuti dal titolo Adfectatio (il ritorno del desiderio), accompagnati da una preziosa nota critica.
«Adfectatio è il canto di un amore da vivere “fuori da tutto questo”», dice Maria Grazia Calandrone nel suo preambolo ai testi, «chissà se rimandato o in nessun dove, perché pensato fuori dalla “vita reale”.  L’amata viene collocata fra gli studi di un’antichità grecolatina, che riverbera su di lei l’effige di una dea in moto attraverso una Firenze irreale, dechirichiana, mero fondale di una teoria di incontri e agguati. […] L’immagine della donna amata qui non si vede compiuta e carnale, ne viene piuttosto decantata una bellezza astorica e quasi impersonale, come se il suo corpo irradiasse di luce insostenibile, come se chi scrive venisse sopraffatta da un incantesimo, da una balugine chiara dalla quale trasaliscono i dettagli incorporei: l’anello, il rimmel, il bottone. […] Inaccessibile dunque anche allo sguardo, lontana tanto da non darsi nella sua propria carne. Importa che si tratti di amore di donna per donna. Perché questa specificità cambia la qualità del dolore, la difficoltà e il credito sono maggiori, la qualità della dedica è più radicale, più ancestrale e destabilizzante. Ma ogni amore negato o rinnegato fa quell’”a presto” che diventa mai più, poi la cancellatura di chi rinuncia e non permette allo sguardo sereno dell’amore sereno di scendere nel mondo. È la felicità amorosa che ci permette di attingere all’altro. Allora l’altro diventa vero sangue – e ci invera. Altrimenti, noi pure siamo fatti “di nulla, cera molle che ti guarda”».

Adfectatio (un mese)

Un mese lunare è durato il tutto,
un nostro ciclo mestruale.
Il sentirti parlare in profilo di cameo
di Manlio Capitolino, Tranquillo Svetonio o
Nicolao Damasceno con piglio secco, argentino,
il profilo intagliato nel marmo
lunense o pentelico.

Tutto è sfumato in fretta, fra i Βίοι Παράλληλοι
di Plutarco e le orationes dei consolari,
Afrodite insicura in un bagno raggiunto
a mezzo fiato e senza serratura.

Rubo, da tutto, una figura:

l’immagine di te che entri un po’ sudata,
ti volti immediata e mi sorridi,
il volto incorniciato d’occhiali neri in tartaruga,
la ruga che tiene le labbra, le misura quasi.

Io penso (banalmente) che sei straordinariamente
bella oggi e m’emoziono. Godo di questo dono
non richiesto, fatto dagli dei a pretesto d’altro:
l’averti visto – per un mese intero – tanto spesso.

Per fuggire in fretta e senza nesso con
null’altro di me che questa ritardata sorte,

adagiata per sempre nel consesso
dei comizi centuriati, fra statuette di conforto
e forse di felicità: un mese fra i Lari Penati
e la tua (già straccia) traccia di divinitas.

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