dunque ci voltiamo ma non possiamo che guardare, dragare il paesaggio con occhi che soffrono aridità per la quantità incessante di corpi e corpi e copie di facce, di urla. urla che come mine varcano la palizzata ridicola che stiamo continuando ad issare, con un livore che odora di panico, percorrendo una decisione che sprofonda nei fanghi fluviali, nelle sabbie dense dei fondali dell’infima europa. non possiamo che guardare senza riuscire a preservare, senza dighe a contenere il danno di guerra, già sfociato in alluvione, non certo collaterale.

il massacro ad occhio nudo
una fitta al bulbo ogni strappo
d’immagine, ad ogni angolo

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