«segni e stelle
nello stagno della sera affondano lentamente»

forse avevo diciassett’anni o giù di lì, quando m’imbattei la prima volta in Georg Trakl, e ricordo che mi face un’impressione cruciale, poiché poi, per diverso tempo, attinsi spesso al serbatoio di immagini, strutture, iconografie e retorismi tipici nel poeta austriaco. Mi colpì anche per la vicenda biografica, come facile immaginare su un adolescente esaltatamente introverso e complicato com’ero allora.

«sempre dai rami calvi grida il notturno rostro
sui passi di quanto è lunare,
un vento gelido risuona alle mura del borgo»

Ora che lo rileggo con mente più sgombra e rasserenata, devo ammettere che un po’ mi infastidisce quella fragilità sintattica, quell’insistenza sinestetica, il simbolismo ossessivo, oppure lo sviluppo debordante del verso… e mentre scrivo, mi rendo conto che sono tutte le sedicenti qualità che affibbio alle mie poesie come sudate medaglie al valore guadagnate sul campo di battaglia… sarà che ancora l’adolescenza poetica non è definitivamente trascorsa???

«sempre sonavano da torri di luce incerta le azzurre campane della sera»

Georg Trakl

Georg Trakl

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