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Durante l’estate mi sono dedicato alla scoperta di poeti a me ignoti e, in una delle mie periodiche passeggiate tra gli scaffali della libreria Odradek di Roma, sono stato arrestato dal titolo di un volume di Miguel Barnet, Il poeta nell’isola, uscito per Campanotto nel 2005. Barnet è cubano e scrive anche narrativa (il suo maggiore successo editoriale fu Cimarron, uscito per Einaudi nel 1968) e questa pratica si ritrova nei suoi versi, che tuttavia valicano le porte dell’immaginazione più fertile per agganciare tra loro mondi ed immagini, con personaggi reali che assumono sfumature mitologiche e divinità che calcano fin troppo materialmente le strade terrene.
Il suo interesse di studio per le civiltà afroamericane si riverbera sulla lussureggiante abbondanza di riferimenti, accostamenti, analogie, metafore, che arrichiscono il verso in un incedere solenne (a volte tendente a scadere nel retorico ed ampolloso), pur mantenendosi nel complesso nel solco della tradizione versificatoria modernista ispanica e sudamericana. In alcune delle poesie meglio riuscite, si riescono tuttavia a sentire genuinamente le pulsazioni di un mondo complesso e ribollente come quello di Cuba, l’isola sbandierata nel titolo del volume, amata con struggimento dagli esuli in Florida e vissuta ai margini da coloro che restano e resistono.

IX

Le donne bruciate dal sole,
spalle calde, fianchi larghi,
vendendo dolci di guayaba,
pizze fatte in casa, succhi di frutabomba

I cani in strada, abbandonati,
annusando i rifiuti,
bevendo dalle pozzanghere

I pensionati
facendo brillare i parabrezza
come prima,
affittando sogni per turisti ansiosi
davanti all’abbeveratoio
Come prima,
il crine setoso e brillante
dei Mitzubishi laccati,
come un tappeto magico sulla città

I ruffiani, le jineteras,
i giovani comunisti, i babalawos,
i bambini che hanno ancora i loro fazzoletti rossi al collo
e la terra, la terra, umida e carnosa
come prima,
che si nega all’usura,
che non entra nella subasta

Miguel Barnet

Miguel Barnet

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