di nuovo quella sensazione imprecisatamente lenitiva di essere compreso, prima con un velo di dubbio che sempre sfoca i contorni appena prima ben delineati ma poi svapora dentro i rigori del mattino tra un anno e l’altro, quando si piantano i pilastri di nuove certezze e ci si attrezza contro la fluidità dei pavimenti dove stiamo in precaria stazione
arrivata da direzioni inattese e spiegata come un’ala che raccoglie una sera d’amicizia, ha spiccato sopra il brusio che ovattava il conforto di essere lì senza solitudine, senza la scomodità di arrancare al traguardo dell’arrivederci
non era necessario tanto, una parola accompagnata dalla mano stretta intorno all’imbarazzo preliminare, e poi scegliere di spallare la porta e avviarsi all’aria che concreta ci associa in un accordo solido e che si crede duro al vento dei giorni

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