Succede molto spesso (anche se non troppo, fortunatamente) di cercare a lungo un libro di cui si è sentito parlare favorevolmente e, una volta trovato, custodirlo sullo scaffale fino al momento in cui siamo sicuri di avere la predisposizione interiore e l’attenzione sufficiente per godercelo. E poi, una volta che lo prendi e lo leggi, sei costretto tuo malgrado a doverti ricredere, a pensare che spesso, molto spesso, alcuni libri sono sopravvalutati e tenti in tutti i modi, portandotelo ovunque, leggendolo quasi anche sotto la doccia, pur di terminarlo prima possibile.
Ecco, questo è quanto mi è accaduto con Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio di Amara Lakhous. Lo scrittore italo-algerino fa un’operazione utile e di valore per portare alla luce temi controversi e dinamiche sottaciute riguardanti la sfera della convivenza tra diverse culture in uno spazio multietnico, e perciò esplosivo, come il quartiere citato nel titolo. Va tuttavia ricordato che Piazza Vittorio è anche laboratorio di esperienze di condivisione e coesistenza, come l’omonima Orchestra, composta da musicisti provenienti dai quattro angoli della Terra.
Ciò non toglie che il libro sia debole e velleitario, eccessivamente didascalico, nella sua smaccata tensione educativa, nella semplificazione della storia e del tratteggio dei personaggi, mere personae che non possiedono né corpo né spessore, e che si muovono su uno sfondo dipinto con tratto stilizzato, anonimo, senza mordente.
Ne fuoriesce un risultato modesto, in cui i sentimenti che si agitano nel cuore di Ahmed-Amedeo si accendono a sprazzi non approfonditi, perdendo un’occasione per addentrarsi nella psicologia di un personaggio che, nel finale, si scopre aver subito un trauma che resta indelebile nella sua memoria, sotterrato sotto la sabbia del Sahara. Il nucleo centrale della narrazione non esiste, o si sfalda tra i rivoli di una scrittura volutamente svagata, colloquiale fino alla noia, ma che a parer mio non fa che allontanare il lettore dal punto nodale, dall’analisi schietta della realtà in cui si muove a piedi, lentamente e riflessivamente, il protagonista. Nello scorrimento delle pagine si assiste soltanto all’allestimento, come esplicitato negli intenti dell’autore, di un teatrino di commedia all’italiana degli anni Duemila, ma senza il mordace sarcasmo o la poetica limpidezza dei “maestri” come Monicelli, Germi e Risi.
Per tutti questi motivi, penso di poter raccomandare a cuor leggero di non leggere questo libro, anche perché sono convinto che i destinatari ideali di questo tipo di letteratura, e cioè chi vive in maniera xenofoba e ottusa la propria relazione con l’Altro, non si avvicinerebbero mai a certe letture, e chi ha i giusti anticorpi contro tale virus puo’ ben passare oltre.

Scontro di civiltà per
un ascensore
a Piazza Vittorio

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