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Quando un aerostato si stacca da terra per avventurarsi sulle incerte strade dell’atmosfera, si ritrova in balia della casualità, delle molteplici varianti (la pressione del gas, il peso delle zavorre, i componenti dell’equipaggio, i venti incostanti) e non si puo’ mai sapere se si raggiungerà la destinazione iniziale, o se si dovrà cedere a metà viaggio, precipitando nel braccio di mare sorvolato o, peggio, sfracellandosi al suolo.
Questa è la metafora da cui parte Julian Barnes in Livelli di vita, agile libretto del pluripremiato romanziere inglese di cui, sempre qui, parlai anni fa dopo aver letto Il senso di una fine. Libretto agile ma scritto con parole dal peso specifico densissimo, con cui l’autore ci racconta l’imprevedibilità della vita, del prodotto che puo’ darci la sommatoria dei suoi infiniti componenti, e di come spesso la sottrazione sia un dolore a cui dobbiamo far fronte pur non avendone la forza.
Il volo aerostatico, raccontato nella prima parte del libro, composta in forma di trattatello storico, diventa, nelle due altre sezioni, un trampolino di lancio nel vuoto per parlare di vita e di amore. Quest’ultimo viene rappresentato proprio come un esperimento, una miscela di fattori e di condizioni per cui, a volte, la trasvolata si traduce in un trionfale atterraggio ma altre, sfortunatamente, in un disastroso fallimento.
Barnes pesca dal passato reale tre pionieri ottocenteschi dell’aviazione aerostatica: Félix Tournachon, alias Nadar, il grande fotografo, Fred Burnaby, militare ed esploratore, dall’animo profondamente e spocchiosamente britannico, e la divina del teatro Sara Bernhardt; combinandoli magistralmente come sostanze chimiche che deflagrano nello stesso modo del fosforo del primitivo flash fotografico, scavalcando il dato storiografico e addirittura delineando un’impossbile storia d’amore tra gli ultimi due. Da qui il salto torna a farsi reale e fatale: Barnes si mette nei panni dell’aeronauta per raccontare la morte della moglie. Ma non il prima, bensì il dopo, il dopo-qui, che resta un tempo di sospensione, di fluttuazione, il tentativo maldestro e rischioso di avanzare quando la bonaccia di ogni vento ci costringe allo stallo.
Ne fuoriesce una narrazione lucida, coraggiosa già subito nella dichiarazione di assoluta indissolubilità del legame profondo, autentico, indispensabile con l’amata, per cui nessun processo di elaborazione del lutto sarà sufficiente a sopprimere quel dolore, quella sensazione di vuoto d’aria ad ogni azione, ad ogni parola, in ogni atto prima con lei condiviso. Tutto questo con un filo sottilissimo di humour nero, controllato ma tagliente, che rende reale, concreta ogni pagina, documento dello stato d’animo di chi ha visto spegnersi lentamente ed inesorabilmente la gioia della convivenza, guardando dentro il baratro, essendo consapevole di non trovare un aldilà o delle speranze ad attenderlo, ma con la semplice forza, tutta umana, del ricordo dell’amore, che strazia ma puo’ anche accendere il sorriso.
L’atterraggio non è mai semplice, anzi spesso rovinoso, ma, una volta a terra, ci rialziamo e ci abbracciamo, feriti e malandati, ma capaci di poter continuare a volare.

Pat & Julian by Jillian Edelstein - 1991

Pat & Julian by Jillian Edelstein – 1991

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