Di nuovo la velocità, la voracità del tempo che incolla le mascelle sulla beatitudine della prima ciliegia dell’anno, e poi della poesia quotidiana dei gesti morti ma vividi ancora, e poi ancora delle conversazioni dissacranti, argute, non del trobar clus bensì del sempre aperto teatro, del circo onesto di volteggi ironici, di lacrime disegnate sui pagliacci, a non ridere d’altro se non di se stessi.
La parola non s’involve in matasse di sintassi, pur di tentarci col frutto proibito della certezza; essa non puo’ che articolarsi in sguardi fratelli, come quando il reggimento si sbanda e ognuno a combattere in un fosso, poche munizioni e mucchi di dubbi.
Ma ora è già il momento del ricordo, della ricostruzione del mosaico, dagli occhi chiusi in un sacco di un mito etrusco, con una disperazione da roteare sulle fauci nemiche e sfuggire al destino anonimo dell’eterno figurante.

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