di mattina, stiamo raccolti sotto la tettoia, sperando che la città smetta presto di pisciarsi sotto: il suo lamento cola in fine di pomeriggio in tasca alla giovane punk che raspa tra i rifiuti ciò che il suo cane alletta, mentre la pelle le tramonta nella fretta di dare alla piazza, ai tombini il loro nevrotico aroma di disfacimento che tanto inebria i turisti. lo annuso chiaramente: nessuno vede fuori dalla trincea, scagandosi per omologazione, vigliaccheria o anche opportunismo, ché tanto anche quella è paura sotto trucco per rughe d’oltretomba. perciò, se le scarpe si arrestano, è solo per pestare un altro sogno, spegnerne la brace e continuare a scalpicciare. loro di sicuro non potranno mai gustarsi il denso profumo di oro maculato della luna che cola pesante tra i meandri delle montagne e per cui solo noi abbiamo sbracato le bocche. nelle mani freddate dalla stanchezza ce ne accorgiamo: sopra si sente il rollio del vento e le nuvole assegnano al futuro un disegno incerto, ad adornare previsioni di risveglio con ossa nuove, con perseveranza.