L’inizio porta propositi, e per me è politico, nell’accezione più disinteressata e departitizzata, essendo la delusione e la stanchezza i sentimenti prevalenti nei confronti di questi agglomerati di corpuscoli non meglio identificabili. Questo non comporta l’allontanamento dall’urna, anzi, l’ancor più convinta adesione alla prassi democratica rappresentativa, anche perché non si vedono capovolgimenti determinanti all’orizzonte.
Tuttavia, per esprimere più serenamente il mio consenso, desidererei una maggiore serietà e puntualità programmatica, basate su un ideale, su un’ideologia esplicata in battaglie concrete, su povertà, sfruttamento neocoloniale, parità dei diritti di tutti i generi, dignità (del lavorare equamente, dell’abitare, del condividere spazi pubblici, della conoscenza e della cultura), contro lo strapotere della classe imprenditoriale, del genere maschile, dell’inciviltà e dell’ignoranza dilaganti, degli organi centralizzati della finanza, dei gruppi più o meno occulti di potere.
Forse questo vorrei: meno potere oligarchico, strettamente connesso al concetto di leadership, bensì potere collettivo, del popolo, parola desueta ma che è nella nostra costituzione genetica politica. E non una politica del fare a tutti i costi, per convenienza, per logiche non sempre limpide; ma una politica del pensare prima di agire, del riflettere sull’opportunità sociale più ampia possibile, senza dare la sensazione di lasciare indietro chi non ce la fa.
Ecco, questo è il proposito e spero che ce la faremo.

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