Esco di casa che fa freddo, l’umidità penetra sotto la giacca, ma mi rincuora che tra poco sarò insieme a tanta altra gente. So che dovrebbero essere cinquemila, ma i telegiornali lamentano un ritardo negli arrivi e per ora siamo ad un migliaio. A giudicare dalle persone che vedo affrettarsi intorno a me, però, sono fiducioso. Poco dopo, incontro un vecchio amico di San Benedetto che mi assicura che stanno arrivando in tanti dal parcheggio Garibaldi, e quando imbocco la discesa che porta ai Giardini Diaz, capisco che il freddo sarà l’ultimo dei problemi.
Di fronte a me si apre lo spiazzo del nuovissimo terminal degli autobus stracolmo di persone: giovani ed anziani, coppie con figli, gruppi di amici di tutte le età e di ogni colore, venuti per amplificare il volume di una voce che fermamente protesta contro odio, indifferenza, paura ed ogni sentimento distorto da cui sgorga il razzismo verso qualsiasi diversità.
Non so ancora i dati di giornali e polizia, ma a occhio si vede che abbiamo oltrepassato di molto la soglia prevista. Un po’ mi preoccupa la folla, in cui altre volte ho visto scaturire violenze e disordini, ma mi sbaglio: la volontà di tutti è liberarsi della cappa di violenza che offusca Macerata da dieci giorni e che stenta ad abbandonarla. Il corteo soffia forte come un vento che ossigena i luoghi, li ripulisce dal “sonno della ragione” e restituisce alla gente la propria appartenenza ad una comunità, il proprio statuto di individui senzienti capaci di comprendere cause ed effetti e non più automi in balia degli slogan di regime.
Il serpentone scivola tranquillo e festoso, pacifico ed ordinato, pulsante della sua energia rinnovatrice: gli sguardi che ci scambiamo parlano più dei cori che vengono intonati. Mi sento emozionato come da tanto non mi succedeva e vorrei fermare le persone, parlare, scambiarci l’entusiasmo. Lo faccio, e sento in tanti altri la mia stessa positività. In molti non credevano alla genuinità dell’iniziativa, perché strumentalizzabile, politicizzabile, manipolabile verso atti violenti (quando, invece, quelli che più si sono annoiati ieri sono stati poliziotti e carabinieri). Io ci ho creduto, come molte altre persone, e di loro sono orgoglioso.
Quando ormai sta facendo notte, dopo le ultime parole di chi sperimenta ogni giorno la discriminazione sulla propria pelle di italiana con carnagione scura, la manifestazione si scioglie e si torna a casa, agli autobus, e ci si dice arrivederci, restiamo uniti, continuiamo a lottare con le parole, con la riflessione, con gli strumenti del confronto politico pacifico, senza perdere il coraggio, mai.

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