Parlando di questo libro, rischio di non essere imparziale, quindi spero che mi si scusi in anticipo per un eccesso di passione nei confronti dell’appena terminato La vergogna di Salman Rushdie. Dopo almeno una quindicina d’anni dal corpo a corpo con l’incredibile, magmatico ed avvolgente I figli della mezzanotte, l’opera prima dell’autore anglo-pakistano, mi trovo ad addentrarmi in un altro dedalo di storie, più o meno fantasiose, che cerca di delineare lo spirito della Nazione dei Puri in Allah dalla sua fondazione agli anni Ottanta, attraverso una saga familiare a doppio binario, narrando le vite delle famiglie Hyder e Harappa.
La vergogna abbraccia un lungo arco temporale che vede la nascita, lo sviluppo e l’incamminarsi su vie erratiche della nazione pakistana, con una veemenza senza freno all’ironia e soprattutto alla tragicomicità, filtrata attraverso il tratto, a volte rarefatto, a volte iperbolico, della fiaba morale. In questa narrazione si collocano personaggi incredibili (in senso etimologico), dotati di poteri a doppio taglio, agitati dalla smania crudele del potere oppure invasati dalla foia sessuale e materiale in genere, o ancora obbligati dalla propria coazione a ripetere i medesimi errori, a distruggere qualsiasi cosa abbiano essi costruito, sia un baule di ricami o una carriera politica sfavillante.
Tuttavia, l’epopea delle due famiglie che ebbero nelle loro mani i destini del Pakistan (i nomi sono cambiati, ma loro sono esistiti veramente e vengono trasfigurati nel romanzo) non riesce a raggiungere la carica esilarante e la valenza grandiosamente simbolica che il libro d’esordio aveva sviluppato, con quella rutilante fantasmagoria di eventi ruotanti intorno al perno Saleem Sinai, che gli era valso il Booker Prize nel 1981. C’è come una sfocatura, o forse un’assenza di baricentro che, nonostante sia giustificata dal carattere corale del libro, disperde la forza narrativa, la precisione nel delineare i soggetti ed i contesti, annacquandola nella sperimentazione di inserti metanarrativi o addirittura autobiografici totalmente avulsi alla trama, con effetti di gravosità su molte pagine che avrebbero dovuto, a mio parere, scorrere più leggere.
Probabilmente La vergogna rappresenta la tappa di un viaggio in terre infide, nel pastiche postmoderno dell’ibrido tra fiction e non-fiction, e dovremmo iscriverlo nel panorama letterario mondiale coevo. Cinque anni dopo, questo lavoro di ammaestramento delle materie ribollenti nella mente di Rushdie prenderà la forma di quel caso letterario e politico mondiale che tutti conosciamo, I versetti satanici, e forse era necessario un libro di passaggio, un presagio quasi divertito delle condanne a morte che sarebbero poi puntualmente arrivate. Ma questo, e l’autore lo sa bene, è il prezzo da pagare per il racconto beffardo e dissacrante della realtà, tanto essenziale nella nostra troppo celebrata contemporaneità.

Salman Rushdie – La Vergogna

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