di sicuro potevi inciampare nella tovaglia incredibilmente candida, scivolare dall’orlo d’erba che cingeva la piscina, infilare una mano nelle porte sbattute dei bagni dai bimbi, sanguinare a bordo serata, quando il giudice ti ha spodestato dalla pista da ballo, e finire a rantoli sui ruderi di millefoglie alla fragola. ma no, e sei sotterraneamente fiero delle tue freddure, delle stoccate in punta di forchetta, del sarcasmo a iniezione di gin lemon, affinché chi non vuole intenda e chi ti abbraccia ti renda re della nottata. anche in eccesso, poiché l’assenza di cinghie ti sbriglia l’istrionismo, naturale a te ma da altri insopportato. alfine, nello sgombero assonnato, l’ammasso di lampade a vanificare la verniciata oscurità ti si impiglia alla giacca in abbandono in spalla, e tu, spellandoti i piedi verso l’auto, verso la chiusura a chiave, ne reperterai in mente una foto

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