Da qualche parte bisogna pur cominciare. E allora tanto vale partire dall’inizio. E, ammetto, per puro caso, colgo in libreria l’opera prima del Premio Nobel 2017 Kazuo Ishiguro, di cui ancora non avevo letto nulla, ma da cui ero da tempo incuriosito. Il libro è del 1992, il titolo Un pallido orizzonte di colline, edito da Einaudi, e fin dalle prime pagine ne ho subito una particolare fascinazione: la narrazione oscilla tra l’Inghilterra ed il Giappone di tanti decenni prima, due ambientazioni lontane anche cronologicamente per due storie molto vicine, intrecciate da segreti parallelismi, di due donne amiche per un breve ma denso periodo della loro vita.
In atmosfere sospese, gesti silenziosi e misurati descrivono la storia di Etsuko, la protagonista, e della vicina di casa Sachiko, fatta di schegge di discorsi, occhiate e sorrisi, che evitano di pronunciare ma dichiarano tutta una tragicità sottesa: nel passato, l’ombra lunga della sconfitta giapponese nella seconda guerra mondiale; nel presente, il fantasma di un lutto familiare che forse non poteva essere evitato. Entrambe sono alle prese con il difficile ruolo della maternità, con le complicate reazioni di due figlie dall’emotività umbratile, che sfocia spesso in un contrasto dagli esiti imprevedibili e forse anche pericolosi.
In generale, ad ogni pagina si ha la sensazione che i personaggi vorrebbero toccarsi, dirsi reciprocamente il dolore serbato dentro, ma che poi rinuncino scuotendo le spalle, con un sorriso che denuncia tutta l’impronunciabilità di certi stati d’animo. In questo senso risulta molto toccante la relazione di affetto e complicità tra Etsuko e Ogata, suo suocero, che l’aveva ospitata in casa sua prima ancora del matrimonio col figlio, durante l’epoca bellica: ogni conversazione respira l’ossigeno della battuta di spirito, dello sguardo eloquente, della vicinanza, anche solo fisica, che rassicura entrambi.
A questa placida coppia fa da contraltare inversamente simmetrico il rapporto tagliente ed irrisolto tra la protagonista e la figlia Niki, nata in Inghilterra ma sospesa a tanti fili che la tengono in tensione come un burattino impacciato. Tra le due il sottinteso non è fonte di serenità, bensì di un disagio muto ma implacabile, attribuibile anche ad una morte in comune che serra i loro discorsi e le mette su piani inconciliabili di elaborazione del lutto.
Sullo sfondo delle due storie parallele, dominante, ingombrante, la Nagasaki postbellica, irriconoscibile ai suoi stessi cittadini poiché in perenne ricostruzione, in fuga dal passato come la alter ego di Etsuko, Sachiko, sempre pronta ad un’alzata di spalle, consapevole che non vale neanche la pena evitare il dolore, poiché tanto non possiamo sfuggirgli, non più.
All’ultima pagina, Un pallido orizzonte di colline lascia l’impressione di un romanzo equilibrato e ben riuscito, mai in cerca di colpi da maestro, minimale e per questo intenso, vibrante soprattutto nelle parole che sono state scalpellate via, lasciando a vista lo scheletro nudo e vagamente inquietante, seppur così attraente da non poterlo fissare nella sua desolazione, delle vite dei suoi personaggi.

Kazuo Ishiguro – Un pallido orizzonte di colline

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