Il tarlo mi si è piantato in testa sabato sera grazie ad uno stimolo inatteso ed il giorno dopo ho rispolverato il mio vecchio Devoto-Oli: sfortunatamente, non mi ha soddisfatto. Perciò mi sono rassegnato al dizionario online, e lì l’etimologia è subito spiccata in risalto: “emigrare”, dal latino “ex” (da, fuori) e “migrare” (non occorre spiegare). E allora mi sono sentito come se una ruota forata della macchina fosse stata riparata: la consuetudine ci porta, per delicatezza, per correttezza, a definire “migranti” tutti coloro che soffrono pene e crudeltà che noi cittadini medi italiani non possiamo minimamente immaginare, fino all’estrema scommessa col destino, fino all’abisso che per troppi di loro si apre per ingoiarli definitivamente.
E invece io vorrei recuperare l’utilizzo dell’aggettivo “emigrato”, che ancora ha coloriture dispregiative ma che tuttavia possiede la potenza della pienezza semantica. “Emigrare” è fuggire non solo da un luogo ma da una situazione, da un contesto sociopolitico di instabilità, di miseria, di pericolo derivante da conflitti quasi sempre armati, da intolleranze tra fazioni.
Riflettere sul fatto che, nella stragrande maggioranza delle volte, le cause profonde, che affondano nel passato remoto o che sono tuttora operanti, derivano dal comportamento quanto meno scorretto, se non propriamente oppressivo e da sfruttatori, tenuto da parte dei Paesi ricchi ed industrializzati nei confronti del Terzo e Quarto Mondo, dovrebbe aiutarci a capire che le persone che abbandonano tutto per raggiungere l’Europa in cerca di salvezza fuggono da noi, dalla nostra violenza, dal sopruso di cui quotidianamente, per secoli, li abbiamo fatti oggetto.
Fuggono da noi venendo a noi, a farsi trattare come libbre di carne da catalogare e stivare, da impacchettare e spedire dove meglio crediamo, spesso senza né rispetto, né cura, né la minima pietà umana che ogni persona meritere. E noi qui, a cercare di esorcizzare le conseguenze senza curarci nemmeno di arginare il danno alla radice.
D’ora in poi preferisco utilizzare quel prefisso di moto da luogo, quel segno della causa, dell’impulso che scatena l’onda umana che temiamo ci sommerga. Per tenere sempre bene a mente, per non distogliere lo sguardo, per dare attenzione sempre.

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