Chissà se accade a causa della scarsità perenne di tempo, o perché magari la mia concentrazione affievolisce progressivamente con l’aumento degli impegni, o chissà per quale altro motivo, ma fatto sta che questo Il conservatore della Nobel sudafricana Nadine Gordimer ha davvero stentato a farsi terminare e, solo grazie ad una promessa a cui tengo sempre fede, non ho ceduto alla tentazione di abbandonare le dense, magmatiche, stratificate e complesse architetture di questo romanzo, risalente alla metà degli anni Settanta.
D’altro canto, non posso non ammettere di essere stato avvinto dalla vicenda, che emerge dall’impeto delle onde narrative, di un industriale di mezza età, convintamente fagocitato dal sistema di vita dei ricchi bianchi, appartenenti a quella che definiremmo la lobby dei metalli, sospinto dalla corrente velocissima di una superficialità leggera che soltanto sfiora la realtà, tra un terminal aeroportuale e l’altro, tra una visita e l’altra alla farm, la fattoria acquistata per seguire la moda dello status symbol che lo assimila a tutti i suoi pari. In questo luogo separato dal suo habitat naturale, il “falco della ghisa” Mehring prende tutti i weekend una boccata di ossigeno che però non è lenitiva, anzi, sembra quasi sbendarlo e porlo impietosamente di fronte a se stesso e alle contraddizioni di cui è ben cosciente.
Un fatto tragico, il ritrovamento sul suo terreno del cadavere di un uomo di colore, è l’innesco che incendia la regolarità asfittica della vita di Mehring: lui cerca in tutti i modi di liberarsi del ricordo, di lasciarlo sepolto nella grande distesa piatta del veld, ma non molto tardi dovrà fare i conti con ciò che di irrisolto, di sospeso e lacerante ha lasciato giacere nel fondo della coscienza e che, come sempre in natura, non si è dissolto completamente.
L’inciampo continuo, il tortuoso percorso della mente, le ansie e i rammarichi, tutto il meccanismo di marcia avanti e indietro si riflette nella scrittura intricata, che passa dal discorso diretto al flusso di coscienza, dalla descrizione all’allucinazione, sconta l’angoscia di un personaggio che vede cedere sotto i piedi tutte le sicurezze di cui si compone la storia individuale e collettiva di una terra, il Sudafrica, che vive il contrappunto singolare di due facce complementari: l’autodistruttività della componente afrikaner e la resilienza delle popolazioni native. Il dettato ne risulta troppo legnoso, contratto nelle movenze, e spesso i passaggi da un concetto all’altro avvengono in maniera a dir poco acrobatica (pregio ma anche difetto).
Si presentano più distese e forse meglio riuscite le sezioni in cui il ruolo del protagonista lo detiene il paesaggio, ma non tanto come rassicurante cornice panoramica, quanto come sede di quell’energia, di quel pungolo, di quella fonte di risonanza che scuote i sentimenti dei personaggi, soprattutto nell’evoluzione di quelli del padrone della farm, folgorato dalla ricchezza di vita di quell’angolo appartato, unico luogo di sosta in un mondo di conflitti, dove il ciclo dell’esperienza trova la sua più naturale ricongiunzione.

Nadine Gordimer – Il conservatore

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