Quando cerchi sullo scaffale un nuovo libro da leggere e ti imbatti in un titolo tautologico con la stagione in corso, non puoi non prenderlo e divorarlo subito. Soprattutto se si tratta di un romanzo splendido come L’estate incantata del monumentale Ray Bradbury: il racconto del ritmo della vita, delle sue stazioni e soprattutto della morte come capolinea naturale del nostro viaggio lungo e sfavillante.
Nella stagione che fa sudare il mondo, Doug e Tom Spaulding, due fratelli che abitano nell’immaginaria e prototipica Green Town, Illinois, si tuffano senza filtro nell’avventura calda e prospera dell’estate, accendendo ogni attimo con la vivace fantasia e la parola che inventa la realtà, costruendole insolite dimensioni di significato e plasmandola a seconda del tripudio di emozioni che li pervadono. Sembrano essere loro i protagonisti, ed è invece la città stessa ad imporsi al lettore, con il brulichio degli abitanti che la agitano e che si misurano con il tempo ed il suo rovente esaurirsi in un ricordo che presto svanirà nella memoria opaca della vecchiaia.
Tuttavia, a salvarci tutti, è il ritmo cosmico che ci ingloba e ci fa persistere oltre la dissoluzione biologica, facendo aderire e corrispondere la nostra immagine a quella di chi riceverà il nostro testimone e continuerà la corsa sbrigliata giù dalle colline, tra i campi e nelle distese aperte della storia.
L’estate incantata intreccia quadri e vecchie fotografie, racconti del passato e desideri per il futuro, suoni e profumi di ogni tempo, in una visionaria, vulcanica fantasmagoria linguistica e stilistica, avvolgendoci come un balsamo che lenisce le scottature dolorose, l’abrasione della violenza grigia dell’autunno e dell’inverno che già si preannuncia nel soffio del primo vento più freddo. Bradbury ci rammenda che un souvenir della stagione più bella lo porteremo sempre con noi, come in queste sue deliziose pagine, che mai finiranno in soffitta dimenticate.

L’estate incantata