Ieri sera il piccolo cinema del centro storico era relativamente gremito, tenendo conto del giorno infrasettimanale, del clima rigido e del film proiettato. Ken Loach è certo un pilastro del cinema mondiale, ma anche un pungolo critico appassionato ed intransigente che poco collima con le odierne narrazioni della protesta, quieta e urlata al tempo stesso. E di nuovo, come per molte sue pellicole viste in precedenza, mi ha contemporaneamente tolto il fiato e dato respiro, col racconto commosso eppur lucido e scientifico, zoliano, di una famiglia della vessata working class britannica, inciampata nella trappola delle evoluzioni contrattuali selvagge impostate dal neoliberismo terminale in cui soffochiamo.
Ricky, il padre di famiglia costretto a combattere, anche senza forze, anche senza nessuna necessità intrinseca di essere guerriero, pur di avere una luce di quiete; la moglie Abby, esempio di dolcezza e disponibilità al prossimo, eppure condotta al limite della sopportazione fino allo sfogo (che è la voce del popolo e del regista al contempo) contro lo schema che strozza la vita; Seb, figurina fin troppo stilizzata a rappresentare un disagio giovanile impantanato in un canale di rabbia repressa, di rassegnazione sostanziata di luoghi comuni; e Liza Jane, la piccola di famiglia che tenta di rattoppare, riunire, evitare il tracollo che nel finale sembra inesorabile, ma che è la rampa di lancio della catarsi dallo stato di schiavitù che pervade come sabbie mobili tutta l’esistenza dei personaggi.
Mi auguro davvero che molti, anche chi non mostra molta attenzione e consapevolezza di queste tematiche, vadano al cinema per assistere a questo ritratto intenso e partecipe di una discesa agli inferi del capitalismo che ci riporta una situazione che sembra esclusiva conseguenza di meccanismi squisitamente anglosassoni, ma che invece si stanno infiltrando subdolamente da gran tempo anche nel nostro tessuto economico e sociale.

Sorry we missed you