la turbolenza delle auto schiaccia i fumi del tabacco sulle facce degli studenti stroncati dall’ultima segregazione della settimana: ora si scatena la giornata, anche se la detonazione non suona, resta nel piede agitato al termine di gambe contratte in appoggio ai muretti, mentre l’amica fissa quasi non leggendo il messaggio della madre in ritardo, e la vicina quello dell’impegno nel pomeriggio che scardina il cuore e i programmi sognati
io nessun moto in potenza, statico, gli occhiali bassi, a controllare nello schedario in testa se tutto è stato compilato, descritto, annotato, ben accomodato sul giusto scaffale, nell’attesa di fermare le rotative e fissare sulla pagina giusta d’agenda il riposo guadagnato, concludere i discorsi, soltanto combaciare col giusto sguardo, ma prima
l’altro sguardo, il suo di studentessa, occhi sgombri di malizia, senza troppo uniposca sullo zaino, solo una tinta curiosa dei capelli, mi centra dall’altro lato della strada, io irrigidisco la palpebra protetta dalle lenti oscurate, già mi leggo sulla lista degli eliminabili, bersaglio mirato da esplodere, e invece mi ha catturato la trappola dell’ovvio perché le si apre all’istante una risata che allenta il volto, la mano si tende con tutto il braccio a toccarmi l’attenzione, a strapparmi una risposta al saluto
allora penso che non importa in quale reggimento militiamo, l’importante è ricordare sempre di essere fratelli

studenti alla fermata del bus