rinvengo, dopo una specie di trance errabonda tra stanza e stanza, appoggiato alla finestra. come da dentro un acquario non sento suoni, non arrivano né voci né strepiti di auto o di bambini in passeggino. penso che sia normale, da al di là del vetro doppio antigelo, non riuscire a percepire se non i movimenti. ma poi realizzo che mancano anche i movimenti, anzi, manca chi si muove: non ci sono né i soliti anziani col carrellino che zampettano per andare a comprare i loro pasti da passerotti. non ci sono padroni che portano i cani lontano da casa loro a infiorare il marciapiede con i loro escrementi. non ci sono i clienti del meccanico, che, deambulando in attesa della riparazione, imprecano al cellulare perché si sono smerdati le scarpe nuove, guardando torvi ogni potenziale padrone svergognato. ma quindi non sono io il pesce insonorizzato dentro la boccia trasparente del finestrone della sala: è invece la popolazione che è scomparsa all’improvviso, come se fosse stato un gas letale a spazzare via l’umanità. no, forse ho visto troppi film catastrofici su cielo o paramount, mi dico, e di sicuro qualcun altro c’è, dentro le altre finestre, nelle diradate auto che sfilano rallentate per lo stupore di non essere frenate dal traffico, oppure fuori dal perimetro d’asfalto della cittadina. allora prendo coraggio e, celando la mia identità dietro gli occhiali da sole, sguscio dal garage e mi avvio verso la frazione, alla ricerca di tracce d’esistenza, col profilo tipico dell’ultimo uomo sulla terra. mi rimprovero per aver di nuovo ceduto ad immaginazione tipo io sono leggenda, devo soltanto aprire bene gli occhi, registrare attentamente il tragitto ed ogni minima inquadratura, rilevare elementi che denuncino vita e rassicurarmi di poter prima o poi trovarmi di nuovo a spintonare qualcuno, senza il terrore di non aver mantenuto almeno un metro di distanza, senza l’ossessione di aver respirato lo stesso metro cubo d’aria. finalmente sicuro, senza la corazza dell’acquario.

Come da dentro un acquario