appena la porta scorre, librandoti dal corridoio in un parcheggio che così neanche sotto la canicola più rabbiosa, senti che si libera giù dal coccige quella strozzatura della precauzione, scivola ogni primaria pressione che la tetra resa della banconista non leniva
sentivi ogni pugno di pesce sulla bilancia come un rintocco della fine che iniziava a condurti via tra il nastro dei disastri a imprigionare tovaglioli, spazzole, tagliaunghie, apposto al sospetto che come spora affiora dalle vetrine trapassate per stagione ormai avvizzita
la piastrella troppo linda ti sposta, trasporta la somma di brividi d’agguato per la folla di carrelli che fungono da unità di sicurezza, ad evitare lo spreco di destrezza di sfilare nel labirinto degli intralci, tra un’anziana dalla spesa incerta e la traballante sicumera di una coppia smascherata
dov’è andata a finire la maledetta sfilata di mieli e barattoli nostrani, col chilometro zero difendiamoci nell’insensata fuga dal traffico tornato uguale e velare il cielo ancora per un po’ disintossicato