Un nome sconosciuto, una descrizione della scrittura in versi che avvince l’attenzione, la curiosità di andare a scovare un monile prezioso dimenticato nell’angolo più remoto di un portagioie o, nel nostro caso, di una biblioteca di provincia: ecco le motivazioni che mi hanno spinto a scoprire l’antologia postuma di Giuseppe Donnini, nato in Toscana ma vissuto a lungo ad Osimo e lì morto nel 1982, attentamente e affettuosamente presentato da Francesco Scarabicchi.
Il disperso e altre poesie uscì nel 1999 per Pequod, inaugurando ottimamente la collana “Rive”, ed è una sintesi dell’opera edita ed inedita di Donnini, in cui possiamo orientarci per conoscerne lo stile e la cadenza, apprezzarne il dettato sempre preciso e affascinante, la simbolica spesso favorevolmente spiazzante, la cupa ma ferma e lucida capacità di narrare, per angoli e ingrandimenti nitidissimi, la realtà e le sue preoccupazioni: il tedio, l’inutilità, l’incombere della falce che ci radunerà tutti nell’estremo covone.
Una particolare attenzione alla semplicità rurale, all’ordinario di cui si sostanzia la provincia, ma con una naturale capacità di rendere questi scorci universali, toccando così il cuore di tutti noi.