durante l’aperitivo e le chiacchiere, la sensazione si acuisce e si chiarisce sempre più: il profilo distratto e impacciato del figlio, il viso lungo e fortemente truccato, il caschetto dei capelli da cui spuntano i cerchi grandi alle orecchie, le unghie poco ferme della madre, quel caratteristico tono sempre brusco ma da cui emana tutto il compiacimento e la gratificazione del ragazzo, il tentativo tremulo e tenero di un discorso che elevi la conversazione agganciandosi agli argomenti che la signora crede essere l’unico contatto con noi insegnanti, a cui la risposta non è condiscendenza ma la soddisfazione di vedere in occhi velati il luccichio di una curiosità che, a volte, negli anni maturi, scintilla di nuovo – tutto questo ci trascina in un’ambientazione da film di Ken Loach, con la percezione desolata di quella convinta volontà di emergere che pare essere sempre tenuta sotto il pelo di galleggiamento dall’opposizione di un’esistenza che annoda il suo ciclo senza snodi