Il primo pomeriggio del 2022 lo abbiamo trascorso in una sala cinematografica non affollata quanto ci saremmo aspettati, per vedere il quarto capitolo di una trilogia chiusa quasi vent’anni fa, Matrix Resurrections. L’impressione ricevuta è un film nettamente diviso a metà: una prima parte fantastica, metanarrativa, crossmediale, una continua citazione e rielaborazione, una serie di piste che non conducono al nocciolo del problema, poiché la scelta resta continuamente sospesa: pillola rossa o pillola blu?
Poi il salto nel vuoto, di nuovo; un déjà-vu che si manifesta non come errore del sistema ma come alternativa reiterata, nella costruzione di una visione nuova, non più dualistica in cui la conciliazione è possibile, non nelle categorie di guerra o pace, bensì di convivenza superiore, tra umani e sintosenzienti (questa la definizione per le intelligenze artificiali, descritte nella trilogia come brutali profittatrici, e stavolta coadiuvanti alla sopravvivenza della nostra specie).
Interessante ma non coinvolgente: la caduta continua di tensione narrativa, la stanchezza spicciativa nel liquidare alcuni aspetti della vecchia Matrix, l’indugio un po’ troppo mélo sulla relazione Neo-Trinity, la messa in secondo piano del kung fu (fattore simbolico importante nei precedenti capitoli della saga delle sorelle Wachowski), un finale troppo da serie televisiva; tutto questo toglie tonicità alla pellicola e un po’ stanca sul lungo termine, ma valeva comunque la pena tentare, spiccare di nuovo il volo sopra i cieli virtuali di Matrix.

Matrix Resurrections