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avrei voluto scrivere chissà cosa, di com’eri, di cosa sei stato per me, ma mi si paralizzano le dita, devo fermare a tutti i costi le lacrime, ché lo so ti saresti incazzato e mi avresti preso per il culo, come solo gli amici veri sanno fare, e mi avresti detto “scrivici due versi di quelli che scrivi tu, ché mi fanno morire”
cosa ti ha fatto morire stavolta? non riesco a dare un’accettabile spiegazione, se non quella tua superiorità quasi nobiliare ad ogni accidente, quasi che esistere qui ed ora non fosse che uno dei modi possibili di essere te, assolutamente te
grazie per i venticinque anni e più, a contare da quando non ci conoscevamo e ti vedevo come un modello in quella angusta e splendida sala studio universitaria, coi libri e tuo figlio piccolo seduto sul tavolo a guardarti, oppure crollato a dormire sulle pagine dopo il lavoro da conciliare con gli esami
grazie per le parole, i gesti, quell’ultimo saluto fianco a fianco in auto in corso Cavour, uno sguardo che resterà sempre con me