In un giorno capriccioso che appare e scompare a suo piacimento, leggo alcune poesie di Francesco Scarabicchi, poeta anconetano, forse uno dei migliori scrittori marchigiani al momento, e le trovo davvero belle. Non se sono stupito, poiché questa lettura è una sorta di viaggio a ritroso nell’opera del poeta: partito dall’ultima raccolta da lui pubblicata, L’esperienza della neve, davvero impressionante (in senso etimologico) per la compiutezza raggiunta, ora giungo alla raccolta antologica Il cancello che racchiude i migliori componimenti pubblicati tra gli anni Ottanta e Novanta.
Ora ho saldato il debito di curiosità che avevo con me stesso e finalmente ho capito da dove proviene e come si è sviluppata la scrittura di Scarabicchi. Già nelle sue poesie giovanili infatti la parola appare densa, asciutta e desolata, e le strutture del verso prosciugate all’essenziale e pietrose, come è brulla la terra di costa in cui lo sguardo dell’autore si muove.
Sembra quasi che il sole abbia prosciugato ogni orpello verbale e nella pulizia accecante dei versi si svolga un’assidua e lacerante ricerca di significato, la ricerca di un codice segreto che si risolve nel naturale deterioramento e sparizione del perimetro esistenziale entro cui siamo cresciuti.
Un esempio:

ANTEFATTI / 2
Di chi è già stato qui
non sa niente nessuno
perché ogni volta
si sparecchia la tavola

ogni giorno puliscono
il marmo freddo
delle pescherie.

Il processo di chiarificazione dolente e risoluta del reale si gioca su alcuni termini chiave: “assenza”, “passante”, “soglia”, “congedo”, “di spalle”, “opaco”, “ombra”, “nebbia”. Per giungere infine alla metafora del cancello, del limite invalicabile oltre il quale è impossibile inoltrarsi.
Spesso questa reclusione, questa forzata segregazione dall’altro da sé carica il mondo esterno di perturbante mistero:

città di gridi e brividi, spedale,
ansia di vie deserte,
invisibile mare che si muove

(e questo potrebbe essere detto non solo di Ancona, ma di tutte le città che ci ospitano e ci tollerano senza accoglierci).
Non ci si può neanche rifugiare nel ricordo: esso infatti non è più in grado di generare lenitiva nostalgia, bensì procura l’ennesimo dolore nel riproporci lo stesso fotogramma più e più volte, in una masochistica moviola della memoria.
L’unico antidoto alla sofferenza di questa condizione di nomadi incompresi (“l’amico che mi parla /con voce naturale / camminando non vede / i miei pensieri bianchi / come il sale”) è allora il distacco: guardarsi da fuori, da lontano senza concedersi vinti alla fatica di vivere una quotidianità irrimediabilmente segnata da sconfitte, tragedie e lutti quotidiani. La salvezza sta forse nel ritrarsi all’interno della nostra corazza del pensiero, nel sottrarsi alla “pioggia /che cade sopra gli uomini / e li cancella piano”.

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