AVANZARE QUELLI FUTURI

visto che la serenità scarseggia
ci tocca scontrarci con banalità
come tracciare tempo graffiando
ogni virgola, con slancio di passi
svolti per avanzare quelli futuri

per imprimere con mossa saggia
quell’impronta che non sbricioli
tra le macerie dell’edificio di giorni
da qui a venire, salvo per memorie
da stupire

STRINGE IL PACCO

dal sommo delle colline all’abisso
delle marine quel nastro di strada
registra e stringe Continua a leggere

COME UNA LUNA MUTA

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In quei momenti esatti quel dolore parla come una luna muta, seguendo la curva disfatta degli occhi che si arrendono alla gravità: impossibile non schiacciare la testa svuotata alla parete, spargere capelli sul tavolo da lavoro, non tollerare lo schiaffo insistente che i loro tentativi di distrarti tracciano sulle guance
Sono affronti le cene consolatrici, sono frastuono le mosse di labbra penose, la crudeltà delle passeggiate a bordo spiaggia a sgranare in commenti e conteggi
Non appaga piombarsi ad una panchina per non farsi investire dal desiderio di soffocare, spegnere le luci in ogni stanza del giorno e sigillare il nero anche su di noi, su ciò che dicono resti

LE CHIOME TI CHIAMANO

più sale la collina più la cortina
della pioggia si fa ferrea
ti affronta goccia per goccia
le chiome ti chiamano colpevole
quando colpa significa aver agito
onorato un rito di cui non conosci
il messale, tutto s’incastra
nel cartoccio di idee che ti incolla
il cervello, lascia impasti di testo
in alluminio presto allo strappo
delle delusioni

COME PULCI TIGNOSE

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Non ci siamo proprio: due sere fa, a due passi dalle elezioni regionali e per il referendum sul taglio dei parlamentari, ho assistito su La7, all’ennesimo errore strategico di un paio di intellettuali (?) di sinistra (?) di fronte al serafico sovranista nostrano, il senator Salvini, intento a «sopportare stoicamente le angherie della gogna mediatica» (già mi sembra di leggerle così le giaculatorie dei fedelissimi del leader carroccesco, imbastite a social unificati dai suoi spin doctors d’accatto), perpetrate nei suoi confronti da Concita De Gregorio, aggressiva e ben poco incline al sarcasmo, che imbraccia il livore, anche scaturito anche da traversie giornalistiche personali, come un’arma ritenuta risolutiva, con l’unica conseguenza di farsela esplodere in faccia; e da Gianrico Carofiglio, magistrato che ha inopinatamente abbandonato la carriera giuridica per rinascere mediocre scrittore, che, con il suo broncio rugoso da concettuoso pensatore e con il ditino alzato a monito, ha interpretato goffamente il ruolo del maestro Perboni del libro Cuore, scivolando clamorosamente su un paragone tra Salvini e due dementi assassini di provincia tratti dall’efferata cronaca contemporanea, davvero indegno di un dibattito civile.
Questi non possono più essere i prototipi del pensatore progressista, che magari ha anche argomenti più che legittimi e accurati, ma che si ostina in una postura retorica che non può che irritare, respingere chiunque potrebbe essere (ri)conquistato alla causa antipopulista.
Un po’ di svagata ed eversiva ironia, niente paragoni strappacuore, una precisione d’attacco da schermidore, fondata su domande a cui l’imputato non può che rispondere “questo lo dite voi perché ce l’avete con me”, facendogli perdere la pazienza, l’aplomb e la corazza della risatina senza dargli scappatoie. E basta ad autoeleggersi primi della classe, quelli che hanno studiato ed hanno la verità in tasca e se fai il bravo te la mostrano, ma solo un po’, poiché solo loro ne sono i detentori gelosi. Molto meglio agire come pulci tignose nell’orecchio, a cui non puoi che dare ascolto, da cui non puoi difenderti se non grattandoti colpevolemente senza più difese, chiedendo forsennatamente ragione e trasparenza, ma non come puri contro corrotti, ma come persone che reclamano i propri diritti di uguaglianza e giustizia. Solo allora ci resterà ancora un’opportunità.

De Gregorio – Carofiglio

POST CONTROESTIVO

Come ci si sente a perdere la propria forma mentale, quello slancio pronto al criticismo ferino, che si sfamava cogliendo fulminea ogni preda di pensiero che sorgesse da anfratto? Delusi, ovviamente. E tanto lo si sapeva com’è: ci blandiscono con “ti ci vuole un po’ di relax”, poi ci ammoniscono “non puoi sempre leggere, fai qualcosa di più pacificante”, seducendoci con “hai provato a sdraiarti e lasciare che le tensioni scivolino via?”. Certo, per l’ampiezza di un sospiro ben spinto in fondo, ci siamo sdraiati e fatti lusingare dalle sirene, ma poi come uno schiaffo ben assestato il grugno della coscienza ci ha intimato “tonifica la parola” “tendi la freccia del pensiero” “allena lo spunto ironico” “attizza il fuoco della controversia”. Ci stavano soffiando via la lucidità, ma il piano è stato sventato, ora siamo tornati.