QUALCOSA TI BRUCIA INTORNO

una fragile sicurezza ti modella le mosse e i respiri, a farli colare sulle guance quando gli spigoli di vivere ti scheggiano
il cartoccio delle sigarette s’intona alla camicia color foglia e il viso anche, stropicciato dall’ansia di dire troppo per non dire abbastanza
qualcosa ti brucia intorno e il sudore rende la paura che ti farà viaggiare non avvistabile, al coperto da ogni comprensione, senza la distensione che invano attendi

LE TANTE ESTATI

dall’incasato esposto al fragore delle onde
schiarisce l’enigma a pelo d’acqua, timbro
che penetra la mente accinta a respirare
nelle lente anse del fermo conversare

grottammare si vendica tra tuffi e frenesie
delle scorrerie estive ritirandosi a meditare
a qualcuno sfugge pure l’affaccio sdegnoso
dalle tre logge che forano piazza peretti
la cintura di aranci serba inviolati gli spalti

sulla spiaggia arriva solo l’orma di un petalo
pace certa ma solo nell’autunno svuotato

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Abbiamo vissuto, non possiamo di certo negarlo

Vivremo, ce lo deve il destino

Viviamo ora, è una promessa che manteniamo

NESSUN VOLTO

siamo certi, nessun volto ci somiglierà
ma almeno un movimento della voce
o sarà un semplice disegno del pensiero
dentro un discorso che si era iniziato
e da qualcuno sarà pronunciato

RIAVVIARMI AL DOMANI

è difficile ripartire, si sta bene nella bolla, anche quando la sfoglia che ti protegge è dolore e smarrimento

quando apri il frigorifero e ti affidi al fresco che non trovi altrove
nella spinta feroce ad accelerare lontano dalla burrasca più forte del motore
sotto il sole che punge ogni poro e svapora anche il residuo dei tuffi
al momento in cui firmi il futuro di volti compagni per due anni tra i banchi

è difficile e perciò siedo e scrivo, solo questo mi viene, e guardo ciò che ci incombe senza garbo, valutandone la vacuità, senza astio ma solo una scabrosa serenità
lascio che sia il seguito a sollevarmi gli occhi, a riavviarmi al domani

DA QUELLA SALA STUDIO

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avrei voluto scrivere chissà cosa, di com’eri, di cosa sei stato per me, ma mi si paralizzano le dita, devo fermare a tutti i costi le lacrime, ché lo so ti saresti incazzato e mi avresti preso per il culo, come solo gli amici veri sanno fare, e mi avresti detto “scrivici due versi di quelli che scrivi tu, ché mi fanno morire”
cosa ti ha fatto morire stavolta? non riesco a dare un’accettabile spiegazione, se non quella tua superiorità quasi nobiliare ad ogni accidente, quasi che esistere qui ed ora non fosse che uno dei modi possibili di essere te, assolutamente te
grazie per i venticinque anni e più, a contare da quando non ci conoscevamo e ti vedevo come un modello in quella angusta e splendida sala studio universitaria, coi libri e tuo figlio piccolo seduto sul tavolo a guardarti, oppure crollato a dormire sulle pagine dopo il lavoro da conciliare con gli esami
grazie per le parole, i gesti, quell’ultimo saluto fianco a fianco in auto in corso Cavour, uno sguardo che resterà sempre con me