LA VELOCITÀ S’INGOLFA

affannarsi cercandosi alle spalle in una curva di cui ci si è liberati, staccando con una pedalata folle le foglie, il risucchio infero del brecciolino, la fossa nell’asfalto che potrebbe ingoiarci
le gambe sforzano in salita, la velocità s’ingolfa indebolita dal dubbio che si immateria nelle bocche mascherate
dell’anziano col maglione verde marcito per ogni stagione, della bambina che ci fissa senza averne mai saputo il nome, della commessa che, minimizzando i passi verso il supermercato, si svaga sventando l’angoscia

POESIA DEL NOSTRO TEMPO – JACOPO CURI

Con un giorno di ritardo, faccio un Pesce d’Aprile all’amico Jacopo Curi, con una considerazione sul suo libro d’esordio, che ho amato ed apprezzato al punto da scriverne la prefazione, L’immagine accanto. Oltre ovviamente a questa nota, vi consiglio di leggere questa silloge straordinaria!

LA SCORIA DEL SOSPIRO

mi opprime la tenaglia della necessità di un rilancio dell’allegria, lo scuotimento impresso da una mano appoggiata alla spalla per farci complici di uno sfiato d’ilarità, mentre chi ci sta di fronte piazza una mina di umorismo che strappa le tramaglie di un tedio che, sebbene non lo si voglia, ci si avvinghia più di un intrico verde in una foresta inviolata
il rocchetto delle inessenzialità quotidiane sega la gola, una contusione viene provocata al respiro che fa il cuore eccentrico, lo incardina su assi tanto ardui quanto scivolosi del fango di cui questa uggiosità estenuata dei giorni li cosparge
mi affatica perfino la contrazione del gesto facciale, la misura entro cui contare per ridurre, ammansire e smussare, ma ne riconosco necessità e opportunità, quindi spalanco ossigeno nonostante il rigore del clima, attendo che il serbatoio assorba quanto ingoiato e sprigiono la scoria del sospiro

POESIA DEL NOSTRO TEMPO – ALESSIO ALESSANDRINI

Con questo primo articolo, di cui trovate sotto il link, inizia la collaborazione con un’importante blog di inchiesta e ricerca sulla scrittura in versi contemporanea, «Poesia del nostro tempo», all’interno del quale racconterò i miei gusti e gli incontri poetici che quotidianamente mi colpiscono. Per questo esordio, ho voluto dire quanto secondo me valga e sia importante l’esperienza condotta da Alessio Alessandrini, consigliando di leggere la sua silloge più recente, I congiurati del bosco. Quindi non vi resta che cliccare sull’immagine per leggere l’articolo.

CATENE DI EVENTI

abbiamo impresso forza all’intenzione
nell’asfissia del monolocale,
l’atto si priva dello slittare dei continenti
oppure dello stridore delle giunture,
evitiamo di spostare catene di eventi della dimensione
di uno sprofondo, e non avanza neanche
un occhio di giada a scongiuro

COME DA DENTRO UN ACQUARIO

rinvengo, dopo una specie di trance errabonda tra stanza e stanza, appoggiato alla finestra. come da dentro un acquario non sento suoni, non arrivano né voci né strepiti di auto o di bambini in passeggino. penso che sia normale, da al di là del vetro doppio antigelo, non riuscire a percepire se non i movimenti. ma poi realizzo che mancano anche i movimenti, anzi, manca chi si muove: non ci sono né i soliti anziani col carrellino che zampettano per andare a comprare i loro pasti da passerotti. non ci sono padroni che portano i cani lontano da casa loro a infiorare il marciapiede con i loro escrementi. non ci sono i clienti del meccanico, che, deambulando in attesa della riparazione, imprecano al cellulare perché si sono smerdati le scarpe nuove, guardando torvi ogni potenziale padrone svergognato. ma quindi non sono io il pesce insonorizzato dentro la boccia trasparente del finestrone della sala: è invece la popolazione che è scomparsa all’improvviso, come se fosse stato un gas letale a spazzare via l’umanità. no, forse ho visto troppi film catastrofici su cielo o paramount, mi dico, e di sicuro qualcun altro c’è, dentro le altre finestre, nelle diradate auto che sfilano rallentate per lo stupore di non essere frenate dal traffico, oppure fuori dal perimetro d’asfalto della cittadina. allora prendo coraggio e, celando la mia identità dietro gli occhiali da sole, sguscio dal garage e mi avvio verso la frazione, alla ricerca di tracce d’esistenza, col profilo tipico dell’ultimo uomo sulla terra. mi rimprovero per aver di nuovo ceduto ad immaginazione tipo io sono leggenda, devo soltanto aprire bene gli occhi, registrare attentamente il tragitto ed ogni minima inquadratura, rilevare elementi che denuncino vita e rassicurarmi di poter prima o poi trovarmi di nuovo a spintonare qualcuno, senza il terrore di non aver mantenuto almeno un metro di distanza, senza l’ossessione di aver respirato lo stesso metro cubo d’aria. finalmente sicuro, senza la corazza dell’acquario.

Come da dentro un acquario