DEGUSTAZIONI N. 34

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Bastano poche parole, perché non c’è nulla da dire di troppo, quando incontri un buon libro. E se ti trovi a leggere un romanzo di Fruttero & Lucentini, non puoi che stare tranquillo: stai spendendo più che bene il tuo tempo e la tua intelligenza. L’amante senza fissa dimora, capitatomi per caso tra le mani per uno scambio di libri usati, è un piccolo, discreto gioiello, una storia ordinaria e proprio per questo preziosa, che nel finale si tramuta in una parabola fantastica sul tempo e sulle sue astute, deliziose trappole.
Soprattutto, un amore che si dipana per le calli ed i campielli della città per innamorati in viaggio di nozze per antonomasia, Venezia, che però viene descritta da un punto di vista più disincantato e decadente, autunnale e struggente. Gli autori, con la loro tipica prosa affascinante e arguta, di solida struttura e di mirabile volteggio, vi catturano in una riflessione sulle proporzioni con cui l’uomo è costretto a venire a patti, in fatto di tempo e di spazio, e su come a volte la meraviglia e l’abbandono siano le uniche peculiarità che possano illuminarci la vita.
Lo si trova facilmente anche usato, quindi accettate il mio consiglio: leggetelo!

AVANZARE QUELLI FUTURI

visto che la serenità scarseggia
ci tocca scontrarci con banalità
come tracciare tempo graffiando
ogni virgola, con slancio di passi
svolti per avanzare quelli futuri

per imprimere con mossa saggia
quell’impronta che non sbricioli
tra le macerie dell’edificio di giorni
da qui a venire, salvo per memorie
da stupire

STRINGE IL PACCO

dal sommo delle colline all’abisso
delle marine quel nastro di strada
registra e stringe Continua a leggere

COME UNA LUNA MUTA

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In quei momenti esatti quel dolore parla come una luna muta, seguendo la curva disfatta degli occhi che si arrendono alla gravità: impossibile non schiacciare la testa svuotata alla parete, spargere capelli sul tavolo da lavoro, non tollerare lo schiaffo insistente che i loro tentativi di distrarti tracciano sulle guance
Sono affronti le cene consolatrici, sono frastuono le mosse di labbra penose, la crudeltà delle passeggiate a bordo spiaggia a sgranare in commenti e conteggi
Non appaga piombarsi ad una panchina per non farsi investire dal desiderio di soffocare, spegnere le luci in ogni stanza del giorno e sigillare il nero anche su di noi, su ciò che dicono resti

LE CHIOME TI CHIAMANO

più sale la collina più la cortina
della pioggia si fa ferrea
ti affronta goccia per goccia
le chiome ti chiamano colpevole
quando colpa significa aver agito
onorato un rito di cui non conosci
il messale, tutto s’incastra
nel cartoccio di idee che ti incolla
il cervello, lascia impasti di testo
in alluminio presto allo strappo
delle delusioni

COME PULCI TIGNOSE

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Non ci siamo proprio: due sere fa, a due passi dalle elezioni regionali e per il referendum sul taglio dei parlamentari, ho assistito su La7, all’ennesimo errore strategico di un paio di intellettuali (?) di sinistra (?) di fronte al serafico sovranista nostrano, il senator Salvini, intento a «sopportare stoicamente le angherie della gogna mediatica» (già mi sembra di leggerle così le giaculatorie dei fedelissimi del leader carroccesco, imbastite a social unificati dai suoi spin doctors d’accatto), perpetrate nei suoi confronti da Concita De Gregorio, aggressiva e ben poco incline al sarcasmo, che imbraccia il livore, anche scaturito anche da traversie giornalistiche personali, come un’arma ritenuta risolutiva, con l’unica conseguenza di farsela esplodere in faccia; e da Gianrico Carofiglio, magistrato che ha inopinatamente abbandonato la carriera giuridica per rinascere mediocre scrittore, che, con il suo broncio rugoso da concettuoso pensatore e con il ditino alzato a monito, ha interpretato goffamente il ruolo del maestro Perboni del libro Cuore, scivolando clamorosamente su un paragone tra Salvini e due dementi assassini di provincia tratti dall’efferata cronaca contemporanea, davvero indegno di un dibattito civile.
Questi non possono più essere i prototipi del pensatore progressista, che magari ha anche argomenti più che legittimi e accurati, ma che si ostina in una postura retorica che non può che irritare, respingere chiunque potrebbe essere (ri)conquistato alla causa antipopulista.
Un po’ di svagata ed eversiva ironia, niente paragoni strappacuore, una precisione d’attacco da schermidore, fondata su domande a cui l’imputato non può che rispondere “questo lo dite voi perché ce l’avete con me”, facendogli perdere la pazienza, l’aplomb e la corazza della risatina senza dargli scappatoie. E basta ad autoeleggersi primi della classe, quelli che hanno studiato ed hanno la verità in tasca e se fai il bravo te la mostrano, ma solo un po’, poiché solo loro ne sono i detentori gelosi. Molto meglio agire come pulci tignose nell’orecchio, a cui non puoi che dare ascolto, da cui non puoi difenderti se non grattandoti colpevolemente senza più difese, chiedendo forsennatamente ragione e trasparenza, ma non come puri contro corrotti, ma come persone che reclamano i propri diritti di uguaglianza e giustizia. Solo allora ci resterà ancora un’opportunità.

De Gregorio – Carofiglio