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Erano decenni, o almeno una quindicina d’anni, che non succedeva, tanto che non riuscivo a capacitarmene e, quando l’ho sfogliata e letta, mi sono davvero commosso.
Era una lettera: non una mail, non corrispondenza senza corpo, ma proprio quattro fogli di spessa carta bianca, coperti di una scrittura calda e precisa, di una voce che trasudava dal segno nero tracciato con gentile fermezza. Un poeta che ha letto Dai sentieri divorati e mi enumera con tutta schiettezza le sue perplessità, esortandomi a salvare il nucleo e sbucciare la poesia da ciò che oscuro eccede ed annebbia.
Mi ha toccato e fatto riflettere, e mi ha svegliato un campanello d’allarme che mi ero già sentito dentro ma che avevo un po’ attutito: troppo poco lavoro di pialla, e poca sicurezza nello scarto, per la voglia impulsiva ed avventata di spargere e raccogliere. Ma la gramigna radica e risalta all’occhio più della pianta sana, si sa, e tocca stare all’erta, più di quanto lo sia stato.
Ho ringraziato l’amico poeta per il colpo d’assestamento al timone e mi riprometto di emularlo strappando un po’ di concentrazione allo sperpero quotidiano per scegliere con cura la carta, seguire bene le righe (non certo il mio forte), incollare con precisione il francobollo e sperare che le parole custodiscano quella gratitudine che vorrei gli arrivasse pulsante, un corpo di idee che vorrei lo abbracciasse e lo ringraziasse da parte mia.

Parole su carta