La questione è semplice e non esige neanche troppi giri di parole: io cosa sto a fare qui? semplicemente, a rigare il fondo del pomeriggio tentando di erodere frammenti e scaglie che nutrano l’imbarazzo della fame e delle promesse? oppure ad accanirmi nello sfondamento, nel frantumare a piccole crepe la fortezza che avvolge l’equilibrio tanto desiderato?
Sono domande che duplicano loro stesse, echeggiando come impliciti rimproveri senza che, a tentoni, nel buio che rende sorda la gola, riesca ad afferrare la leva del freno, sbarrandomi l’uscita dall’alienazione a cui mi costringo per non impazzire. Se poi guardo i suoi occhi, non posso che consolarmi del calore quieto che in ogni momento mi si ripromette tra le sue braccia, ed in quel momento i nodi si sciolgono dal pettine permettendomi addirittura schegge di sorrisi.
Nel cielo, a tratti, s’intravede un chiarore tondo e scabro ma così seducente che non può che salvarmi dalle incrostazioni della notte, anzi ne sento sulla lingua il sapore e ne succhio un breve ed ebbro istante di silenzio e pace.

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