Non c’è molta luce nei dintorni, nei giorni che le nuvole hanno scelto di abitare, e gli occhi faticano a ritrovare gli angoli degli oggetti, la curvatura delle voci che contraggono la paura di perimetri ignoti. Magnetizzate le singole vocali, che spingono e poi non si schiudono, restano in alcove di dubbio che però inesorabilmente fondono svestendole della difesa, del pudore. I volti sciacquano via ogni linea riconoscibile, e la bocca esita a muovere un nome, ché il rischio di risposta si eleva e quasi morde. Inchiodati alle maniglie, incollati ai braccioli di sicurezza, una coperta sullo stomaco a sedare il disgusto del sole ammanettato ai venti di oltremare. Schiavare la piena di carte e ciondoli ammassati nella borsa è concedere ad altri i nostri tempi di percorrenza del mondo, e non vi siamo affatto disposti. Un’onda caustica di suono avverte dell’imminenza di critiche e crolli di pazienza, a cui non c’è argine adeguato, almeno tra i poveri strumenti che già si possiedono. Sperare magari in una svendita, di scarso impegno ma che gratifichi le spese.

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