PAROLE DI GEORGE FLOYD – UN TESTO DI CARLOS PICCIONI

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Per festeggiare in maniera significativa il mio compleanno, vi propongo un omaggio fattomi dall’amico poeta argentino Carlos Piccioni: lui ha scritto questo testo molto commosso e intenso, dedicato alla questione di Black Lives Matter, ed io, traducendolo, voglio dare il mio contributo e la mia piena adesione alla causa degli afroamericani e di tutte le minoranze etniche e culturali che negli Stati Uniti stanno attraversando l’ennesimo calvario.
Quindi grazie innanzitutto a Carlos, ma anche e sentitamente a tutte e tutti coloro che combattono per i diritti, l’uguaglianza ed il rispetto degli esseri umani.

PAROLE DI GEORGE FLOYD

Dice
George Floyd:
che vuole respirare,
che gli piace farlo,
che glielo lascino fare,
che ha questo vizio
da sempre,
che per favore,
che è davvero molto
che lo fa
che è da quando era bambino,
così dice

che sempre lo ha fatto,
che per cortesia
che non gli neghino l’aria,
che non gli tendano una trappola,
che sono troppi per lui,
che agogna solo aspirare,
che lo saprebbe certo apprezzare,
se gli lasciassero intatto
quel desiderio pulsionale
di respirare,
che sarebbe proprio felice
che nonostante l’aria
non sia per chiunque,
che per pietà
che lui saprà certo gradire,
che glielo lascino fare,
che la respirazione possiede
un sapore che ci appassiona,
che non lo schiaccino
con la gola
contro il cemento…

Che non se la ridano, per carità,
per quelle labbra da negro,
con cui sempre respirò,
che afferra che il privilegio
dell’ossigeno
non è per chiunque,
che però ugualmente
che lui saprà come risarcire
i 20 dollari che costa questa benedetta
mercanzia,
che sa che la respirazione
ha il suo costo,
che gli piacerebbe
nonostante tutto
spartirla con gli altri
che vivono respirando…

Che l’aria appartiene a chiunque, dice,
che per piacere
che sarebbe lui stesso, se potesse,
a spartire quest’aria,
oltre alle altre cose
della vita,
se proprio occorre dirlo,
che anche gli alberi,
la luna,
il firmamento,
il mare,
dove l’aria è così
bella da vibrare
come una passione
indeclinabile!
Ad ogni modo.

Lo si ascolti
George Floyd,
lui dice
che lo si lasci respirare
perché lui: ADORA RESPIRARE.

* * * *

PALABRAS DE GEORGE FLOYD
Dice
George Floyd:
que quiere respirar,
que a él le gusta,
que si lo dejan,
que él tiene ese vicio
desde siempre,
que por favor,
que hace mucho
que lo hace,
que desde chico,
dice,

que siempre lo ha hecho,
que por favor,
que no le pisen el aire,
que no le hagan EMBOSCADA,
que son demasiados para él,
que él sólo quiere respirar,
que él sabrá agradecer,
si le dejan intacto,
el deseo PULSIONAL
de respirar,
y que estaría feliz

que aunque el aire
no es para todos,
que por favor,
que él sabrá agradecer,
que si lo dejan,
que la respiración tiene
un sabor que nos gusta,
que no le pisen
la garganta
contra el cemento..

Que no se rían, por favor,
por esos labios de la NEGRITUD,
con los que siempre respiró,
que comprende que el
privilegio del aire,
no es para todos,
pero que igual,
que él sabrá reponer
los 20 DÓLARES
que cuesta esa BENDITA
mercancía,
que sabe, que la respiración,
tiene un costo,
que le gustaría,
igualmente,
compartirla, con otros
RESPIRANTES..

Que el aire es para todos, dice,
que por favor,
que él mismo, si pudiera,
compartiría ese aire,
y también, otras cosas
de la vida,
se le ocurre decir,
que los árboles, también,
que el sol
que la luna
las estrellas
el mar,
donde el aire es tan
bello, que vibra,
como una pasión
indeclinable!
En fin.

Escúchenlo
a Georges Floyd,
él dice,
que lo dejen respirar,
que él: AMA RESPIRAR.

CARLOS PICCIONI (1945) vive a Rosario dal 1967, dove ha conseguito la laurea e l’abilitazione di docente di Storia nella locale Università. Da molti anni è impegnato nella scrittura poetica e prende parte attiva a pubblicazioni e manifestazoni letterarie su tutto il territorio argentino. Ha dato alle stampe diverse raccolte di poesie, tra cui El sueño de las lluvias (1984), con la quale ottenne nel 1987 il Premio Provincial José Pedroni.

Carlos Piccioni

IL GIUSTO UMORE

all’angolo della luce friabile in cui
scompare ogni saldezza il cuore
sgrana nel dubbio procedendo
per allusione, seguendo un piano
d’allerta tracciato con le pareti
ancora fresche

la sequenza nitida
degli angoli avrebbe impedito
qualsiasi taglio che rubasse
il giusto umore
restano invece gesti rauchi
seminati per le stanze

POESIA E MUSICA PER “LUGLIO COL BENE CHE TI VOGLIO”

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Ieri sera, dalla Biblioteca comunale di Montecosaro (MC), insieme al grande amico e bravissimo poeta Alessio Alessandrini abbiamo dato vita ad un reading a due voci, organizzato dal circolo Arci “Gong” di Gorizia e da Fare Voci Gorizia di Giovanni Fierro. Insieme a noi anche la musica intimista e graffiante di Kendra Hy per una diretta streaming che ha dimostrato la consueta, inesausta volontà, portata avanti anche con UMANIEVENTI, di far dialogare le forme d’espressione, tentando un intreccio di linguaggi e suggestioni.
La diretta è stata registrata e qui sotto trovate il link di Youtube:

DEGUSTAZIONI N. 33

Da diversi anni girava per le librerie di casa, probabilmente cercando di non disturbare o farsi notare il meno possibile, cosa assai difficile visto il rosso acceso della sua copertina. E, in questi primi giorni di riposo dalle fatiche scolastiche, non è sfuggito alla mano che aveva ormai deciso: l’ho preso e l’ho letto davvero velocemente, anche per la curiosità che mi spingeva da tempo verso questo autore, di cui colpevolmente non avevo ancora letto nulla.
In molti mi hanno detto che Norwegian wood è un libro anomalo nella produzione di Murakami, più avvezzo ad una dimensione surreale ed onirica, mentre qui vediamo un aspetto più personale e introspettivo dell’autore, che si misura con i nodi fondamentali dell’esistenza umana. Questo libro è impregnato dall’imponente presenza della morte, che assedia il protagonista Watanabe in una fase delicatissima come quella della transizione dall’adolescenza all’età adulta: Kizuki, il suo unico vero amico, si è suicidato dopo aver trascorso i suoi ultimi momenti con lui, e questo evento avrà una lunghissima eco a causa del rapporto, inquieto prima e tragico poi, che egli avrà con Naoko, la fidanzata del suicida.
Watanabe si innamorerà lentamente, durante lunghe e silenziose passeggiate per tutta Tokio, ma il suo sentimento assomiglierà sempre più ad una pena inflittasi, ad un giogo a cui voler rimanere avvinti quasi per punirsi di essere sopravvissuto al dolore. Naoko stessa, alla fine del romanzo, soccomberà al soffocamento, all’afasia che una fine insensata, come sempre appare il suicidio, fa penetrare nel cuore (oltre a quello di Kizuki, anche quello della sua sorella maggiore).
Il protagonista, grazie a quello che definisce “l’allenamento a vivere” (consistente nella disciplina indispensabile ad affrontare la monotonia della vita), ma anche per merito di Midori, ragazza frizzante, imprevedibile ed anticonformista, che lentamente si insedia profondamente nel cuore di Watanabe, attraversa faticosamente la palude esistenziale in cui i suoi sentimenti e una depressione strisciante lo hanno trascinato: con coraggio, nell’ultima pagina del libro, riesce a stringere quella mano che gli viene tesa e, azzerando il passato, decide finalmente di vivere.
Nonostante il tema sofferto e analizzato con una tagliente schiettezza e dovizia analitica, la lettura risulta davvero coinvolgente grazie alla continua alternanza di scene toccanti e drammatiche e di momenti assolutamente comici oppure strampalati o ancora teneri e delicati, restituendoci pienamente la caratteristica distintiva di quel periodo della vita in cui ci si appresta alla maturità, facendo sì che Watanabe rappresenti tutti noi, in continua oscillazione su una fune tesa che potrebbe spezzarsi da un momento all’altro ma che sta a noi percorrere fino in fondo.

SPOSTARE UNA SPALLA

Dietro richiesta, ho scritto qualcosa che raccontasse il rapporto tra me e la mia anima, e questo è ciò che mi è riuscito:

negli incontri sfiorati avremmo potuto
spostare una spalla mostrandoci disposti
al contatto di unghie, nocche, punte
dei gomiti, a chiarire gesti fraintesi
aprire un rito di parole, cortesie da tè
commentando pasticcini per sfoltire
la diffidenza – sarebbe parsa la distanza
solo una trappola a cui ci congratulavamo
di essere sfuggiti
invece le occasioni
sono tutte sfumate, il tè freddo nel lavandino
neanche una briciola è stata morsa e per le scale
estranea anche l’educazione di un cenno,
un attestato di esistenza

IL DONO DI ASCIUGARE

alla luce fendente da spiaggia di stamani domando il dono di asciugare ogni scoria, di detrarre questa sfoglia ruvida che lacera ad ogni smorfia – quella che ti obbliga a sorvegliarmi come fossi un ordigno
solo mi arroventa il desiderio che espellessi l’apprensione di avvolgermi in piombo e salvare le giornate irradiate dal mio nucleo instabile